Quarantasei. Vecchie cose

3 Ottobre 2009 di isakisisos

Ritrovo tra vecchi materiali qualche verso un po’ ridicolo da me composto in finto stile (ovvero impostatissimo),
e qui lo riporto.
Ah, più ridicoli ancora sono i finti autore e titolo (e anno e città di edizione, Messina: e perché mai?).

*

Figlio che vuol staccare le radici
sue, pur le getti nel croco bastardo
del culo fiammeggiante
del mondo in cui è bardo.

Figlio che dice che fiamme
le fiamme possono estrarmi dall’ombelico
ciò ch’è tondo e tornato,
passato e generazione.

Quel figlio dica sarò frutto

senza pianta e senza linfa
e farò finta
ma libero di marcire su ‘n altro prato
non quello che vide il mio ramo.

[...]

[Luigi Pennacchi, Odj al Padre, Messina, 1943]

Quarantacinque. Stefano Edda Rampoldi

27 Settembre 2009 di isakisisos

Quarantaquattro. Non sanno che gli portiamo la peste

20 Settembre 2009 di isakisisos

quarantatré. Ancora Giusti

17 Settembre 2009 di isakisisos

Ci prendo gusto, così pubblico altri versi di Giusti. Di seguito un commento di Carlo Romussi (sua anche l’unica nota al testo).

IL GIOVINETTO [1845]

Misero! a diciott’anni
Si sdraja nel dolore
D’aerei disinganni,
E atteggia al mal umore
Il labbro adolescente,
Che pipa eternamente.

Beccando un po’ di tutto,
Ossia nulla di nulla,
Col capolino asciutto
Si sventola e si culla
In un presuntuoso
Ozio, senza riposo.

Pallida, capelluta
Parodìa d’Assalonne,
Circuendo alla muta
Geroglifiche donne,
Almanacca sul serio
Un pudico adulterio.

E mentre avido bee
L’insipido veleno
Delle Penelopee,
Che si smezzano in seno
Il pudore, l’amore,
Il ganzo e il confessore,

Petrarca da commedia,
Eunuco insatirito,
Frignando per inedia
Elegiaco vagito,
Rimeggia il tu per tu
Tra il Vizio e la Virtù.

Convulso, semivivo,
Sfiaccolato, cascante;
Amico putativo
E putativo amante,
Annebbiando il cipiglio
Tra l’inno e lo sbadiglio;

In asmatiche scede
Di Dio cincischia il nome:
Ma il lume della fede
In lui scoppietta, come
Lucignolo bagnato,
Cristianello annacquato.

Canta l’Italia, i lumi,
Il popolo, il progresso,
Già già rettoricumi
Per gli Arcadi d’adesso:
Tuffato in cene e in balli,
Martire in guanti gialli (1);

Per abbujar la monca
Vanità della mente,
Geme
dell’ala tronca
All’ingegno crescente;
Di dottarelli in erba
Querimonia superba.

Si paragona al fiore
Che innanzi tempo cade,
A cui manca il tepore
E le molli rugiade;
E non ha cuor né senno.
Di dir: mi sento menno.

Ricco dell’avvenire,
Casca sull’orme prime;
Balbetta di morire…
E di che? Di lattime?
O anima leggiera,
Sfiorita in primavera,

Spossate ambizioni,
Scomposti desideri,
Mole, aborti, embrioni
Di stuprati pensieri,
E un correre alla matta
Col cervello a ciabatta,

In torbida anarchia
Ti tengono impedita.
Per troppa bramosia
D’affollarti alla vita,
T’arrabatti nel limbo,
Paralitico bimbo.

 ***

(1) Questa espressione fece fortuna. Scrive il Frassi che il martire in guanti gialli, fu in breve sulle labbra di tutti ed ebbe infinite applicazioni: «un cattivo medico era chiamato un ciarlatano in guanti gialli, un banchiere fraudolento uno strozzino in guanti gialli, i conquistatori, di qualunque paese mai siano, assassini in guanti gialli».

***

     «… Ho scritto di sana pianta una specie di nenia cagnesca, in derisione dei paralitici di diciott’anni, vizio scrofolare del giorno.» Così ad Alessandro Manzoni nel gennajo 1846; ma due mesi prima in una lettera a Gino Capponi: «Seguito a lavorucchiare, e dai oggi, dai domani, a un mezzo versicciuolo per giorno son lì lì per chiudere quella filza di versi sul Bimbo-nonno.» Il vizio che questa satira punge, non è passato col Giusti. Chi non ha conosciuto quei giovinetti stanchi a vent’anni di tutto, senza aver sopportato una sola prova della vita, che ignorano le gioje e le febbri del lavoro, che tingono il disgusto e lo scetticismo per aver letto quelle pagine di Schopenhauer, come un tempo leggevano Werther, Ortis e Don Giovanni, che san di lattìme e son decrepiti, nojosi alle donne; senza energia d’uomini, eunuchi del cervello? Chi non ha conosciuto alcuni di quei genî incompresi, in collera colla società che deride le loro scipitaggini? È a costoro, vecchi e nuovi, che il Giusti accarezza le spalle colla sua sferza.
È voce che il primo modello di questa satira sia stato un amico del Giusti stesso, il professore Giovan Battista Giorgini, uomo di non comune ingegno che, quand’era giovinetto, nel 1826 aveva pubblicato un volumetto di versi intitolati Preludi poetici, d’un dolciume, d’un sentimentalismo così esagerato da far venire il latte alle ginocchia: divenne poi genero del Manzoni e senatore del regno. Veramente il Giusti non lo trattò da amico, tanto più che il Giorgini gli era largo di pubbliche lodi: né questa volta si possono menar buone le solite proteste di non aver voluto alludere a persona. Narra il Ghivizzani nel Giuseppe Giusti e i suoi tempi che trovandosi il poeta in Siena ad una veglia, volgendosi al Giorgini che sedeva poco discosto, gli disse: «Senti il bel ritratto che t’ho fatto.» E recitò Il Giovinetto. Il Giorgini lo ascoltò attentamente; poi, senza scomporsi, colla sua aria stanca gli disse: «Eh via, che l’è roba vecchia: io la sapeva da ragazzo»: e senz’altro ripetè da cima a fondo la satira, senza sbagliarne sillaba. Colla sua prodigiosa memoria l’aveva ritenuta tutta, dopo una sola audizione! Il Giusti rimase più degli altri stupito, perché non aveva mostrata quella poesia ad alcuno.
Del resto non lasciava mai passare occasione di rimproverare ai giovani l’affettata melanconia colla quale turbavano la gioja unica e fuggitiva dei primi anni. «Perché affettare (scriveva a un giovinetto poeta) un’infelicità che non potete sentire? perché offuscare con colori mesti le imagini delicate e soavissime che vi si affacciano alla mente? Assai è invalsa fra noi questa manìa di dolore. Gli echi d’Italia (direbbe un francese) dalle Alpi a Lilibeo non ripetono che lunghe e nojose Geremiate. L’assuefarsi a credersi infelice induce ad accusare d’ingiustizia l’ordine delle cose, ci fa credere d’esser soli sulla terra, e termina col precipitarci in quell’apatia che degradando l’uomo gli avvelena le più dolci affezioni, le più nobili facoltà, ne fa uno scettico infine.»

quarantadue. Giuseppe Giusti (1809-1850)

5 Settembre 2009 di isakisisos

Epigrammi                    

                      I.
Il Buonsenso che già fu capo-scuola
Ora in parecchie scuole è morto affatto;
La Scienza sua figliola,
L’uccise, per veder com’era fatto.
                      II.
Gino mio, l’ingegno umano
Partorì cose stupende,
Quando l’uomo ebbe tra mano
Meno libri e più faccende.
                       III.
Il fare un libro è meno che nïente,
Se il libro fatto, non rifà la gente.
                       IV.
Chi fe’ calare i barbari fra noi?
Sempre gli Eunuchi da Narsete in poi !

quarantuno. Madri

15 Agosto 2009 di isakisisos

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Camminavano svestite, come a stento, impietrite.
Nere e corte le stagioni, annunciavano tremori.

quaranta. Ha ragione

29 Luglio 2009 di isakisisos

Dai!, che mi sprona in un commento al post precedente, ha ragione. Del resto anche a me fa molto schifo vedere quella faccia. Dunque colgo il sollecito come un’occasione, e l’occasione per garantire a chi passasse di qui una visione migliore, oltre che per fare a tutti coloro, se di coloro si tratta, gli auguri per una buona spesa di questi giorni che separano l’estate ch’è andata dall’autunno che aspetta.

P.S. Crepi l’avarizia, lascio anche una bella musica.

trentanove. Giusto per non stare zitto

14 Luglio 2009 di isakisisos

Fa caldo.
Il disco di Charlie Haden e Pat Metheny è bello, ma pure un po’ soporifero. Dovrei forse ascoltarlo in spiaggia da qualche parte in Toscana, seduto su un supporto con lo schienale reclinato. E con un mohjito in mano. Il mare sullo sfondo. E il bar alle spalle. Tranquillo. Ma con la musica. Il disco di Charlie Haden e Pat Metheny. Appunto. Poi mangiare qualcosa di bbuono.
Cazzo fanno male i denti. Non riesco neppure a masticare. Né a stringere il morso.
E sono in una merdosissima Bergamo. Neppure: sto in provincia. Le zanzare da maggio. Fino a ottobre almeno. Se non va peggio dell’anno scorso.
La Toscana il mare il mohjito una sede migliore per il disco di Charlie Haden e Pat Metheny un supporto reclinabile: sono parecchio lontani.
Ho alle mie spalle un tavolo da studio, con sopra un libro da studio, e degli occhiali non da studio ma degli appunti, loro sì, da studio. Però non studio.
Mi sembra di parlare, anche, come uno di quei personaggi di Idiotern.
Oggi niente sciopero. Ma che sciopero(?), ma che cazzata è? Angelino Alfano starà a guardarsi i blogs in questo afoso schifosissimo martedì di luglio? O starà piuttosto in qualche anfratto a firmare leggi per chisalui (ma anche noi)?
Massì, è meglio che vada a studiare, non si sa mai che impari qualche cosa.

trentotto. Juno

8 Luglio 2009 di isakisisos

Mi è capitato l’altro giorno di vedere i venti minuti finali di un film american-canadese, “indipendente”, che pare sia uscito da una casa di produzione per filmoni hollywoodiani ma con un basso investimento, del tipo: si sa che questi giovani registi - con sceneggiatori esordienti – sono in gamba, ma fidarsi è bene, non fidarsi è…
Comunque, fatto sta che quei venti minuti finali, anziché farmi passare venti minuti, appunto, beato&preoccupato per la vita di qualcun’altro (la protagonista), mi hanno quasi commosso (i bei sentimenti…) e messo la voglia di vedere il film per intero. Così ho aspettato qualche giorno, tempo che lo riprogrammassero: appuntamento a mezzanotte e un quarto.
Juno (questo il nome del film) parla di Juno, sedicenne vispa e carina, e un po’ scema secondo la matrigna cinica e amorevole, soprattutto dopo che rimane in cinta perdendo la verginità col suo compagno di scuola (ma futuro amore per la vita) Paulie. La ragazza decide di non abortire, non tanto perché nell’ambulatorio dove subito corre c’è “puzza di dentista”, e nemmeno perché – secondo la sua compagna di scuola antiabortista – il feto potrebbe già “avere le unghie”, ma perché è tutto sommato una ragazza che sa prendere sulle sue spalle una responsabilità. Così porta avanti la gravidanza trovando una coppia, grazie a un annuncio sul giornale scovato con la sua amica del cuore (un po’ sciamannata a dirla tutta, ma molto affettuosa), una coppia dicevo, che non può avere figli e dunque è felicissima (lei più di lui) di prendere in adozione il pargolo in arrivo, o “fagiolo”, o “pesciolino”, o chi si ricorda come altro lo chiama Juno. In breve accade che la coppia in procinto di adottare si spacca, perché lui è un tizio immaturo, a detta della moglie precisina epperò piena di buoni sentimenti, un tizio immaturo perché sogna di diventare una rockstar a livello dei Sonic Youth, suo gruppo preferito, ma che si guadagna da vivere componendo jingles musicali per le pubblicità. Lui cerca anche di infondere in Juno il culto dei Sonic Youth, proponendole da subito una cover dei Carpenters, ma lei in uno sbotto di rabbia (quando viene a sapere del divorzio imminente) gli dice che le fanno schifo, ché sono solo rumore. Questo per dire che tra i due, complice lei, la piccola Juno, nasce una bella amicizia, che però fa molto pensare anche all’innamoramento da parte di lui, forse un po’ pedofilo secondo qualche malpensante, ma ai fatti solo nostalgico della vita da adolescente che va a scuola e alla sera corre a vedere i Melvins che per caso passavano di lì in città. Anche questo impensabile rapporto tra il quasi padre adottivo e la quasi ragazza madre contribuisce tutto sommato alla spaccatura del matrimonio, forse anche solo perché va ad allargare quella falla interiore nell’uomo, che è sempre stato diviso tra una vita di coppia, lavoro moglie e figli (seppure adottati), una vita convenzionale insomma, per lui (ci scommetto), e una vita anticonformista, votata all’eccesso e alle turné in Giappone col suo gruppo post noise indie rock.
Alla fine della fiera Juno partorisce, e con un biglietto dolcissimo comunica alla aspirante mamma adottiva che se lei vuole il figlio, lei glielo affida comunque, anche senza un supporto maschile. E così accade. La fine del matrimonio dà comunque i suoi frutti, perché Juno, disperata per la crisi che si consuma, e preoccupata un po’ per le sorti del figlio, un po’ per quelle dell’umanità (può esistere un amore duraturo? chiede al padre la sera in cui viene a conoscenza della notiziona), capisce che il legame che la stringe(va) a Paulie, l’amico fecondatore e mangiatore di tic tac all’arancia (che tra parentesi piacciono da sempre molto anche a me, e le comprerò dunque al più presto), è un legame fortissimo, e soprattutto speciale. Corre da lui e gli dice che è innamorata, di lui, e che le dispiace se ha fatto la stronza (in effetti dopo essere rimasta in cinta così si è comportata, lamentandosi poi anche del fatto che lui avrebbe desiderato andare al ballo scolastico con una stronzetta che – a detta di Paulie stesso, pure - puzzava, lei e tutta la sua casa, di zuppa), e che lui è la persona migliore che abbia mai incontrato eccetera, al che lui si dice d’accordo e le chiede se si può pomiciare. I due si baciano e consacrano un amore proprio dolce, romantico ma non retorico, tra adolescenti inspiegabilmente maturi dentro un corpo e un linguaggio da far accapponare la pelle (eppure poetico, poetico davvero, come lo intende Salinger insomma, e a Salinger ci ho pensato spesso vedendo Juno).
Così l’happy end del film, con il bambino in braccio alla donna divorziata, e Juno finalmente sgravata e innamorata dell’altrettanto innamorato Paulie. Insieme suonano e intonano, concludendo la pellicola, una canzone evidentemente scritta da lui – stavano già, insieme, da prima della gravidanza in una band -, fuori da casa sua, dove lei è accorsa la mattina con una bella bicletta e una chitarra a tracolla, baciandolo anche, infine. La si può vedere&sentire nel video qui sotto.

Nota. Bella la scena dove Juno, per comunicare il suo amore a Paulie, lascia una scritta col gesso sotto il portone di casa sua, con scritto “Paulie, check the mail”, e nella cassetta ci sono cento pacchettini di tic tac all’arancia, da avercene fino all’università (dice lui). E anche quella dove lei decide di comunicargli la gravidanza: trasferisce un salotto nel giardinetto di fronte a casa sua; e seduta, al mattino quando lui esce di casa, su una poltrona (quella su cui hanno concepito) con la pipa in bocca, e con aria veramente accattivante, fulmina, o impietrisce, il ragazzo, con naturalezza e nonchalance disarmanti.
Altra nota. Paulie è sempre vestito da corridore del liceo, con pantaloncini mini quasi fosforescenti, fascetta di spugna arancione (mi pare) sulla fronte e i polsini. Acconciato in quel modo esce di casa (bella anche la scena all’inizio del film dove si prepara con quel vestiario, e spalmandosi una crema all’interno delle cosce, forse per non irritarle durante la corsa), in quel modo esce di casa, dicevo, sia quando lei è fuori ad aspettarlo per dirgli che è in cinta, sia quando scopre i tic tac nella posta. Lo sciame di ragazzini, di cui Paulie fa parte, che corrono così vestiti, accompagna un po’ tutto il film, specie in frangenti pregni di significato, come fossero uccelli migratori che segnano il tempo (ma Juno all’inizio della storia nota, tramite la voce narrante esterna, ben altro tipo di uccelli, dicasi “arnesi” – sul linguaggio dei personaggi ci sarebbe da scrivere parecchio – che sballonzolano nei pantaloncini di tela sottile, in un moto rotatorio, “mantrico” – si può dire? - che quasi sembra che scappino dalla sede preposta). E in effetti il film è diviso come in tre capitoli più un epilogo: le quattro stagioni, autumn, spring, winter, summer, scritte&disegnate in bianco nella parte alto-destra – o alto-sinistra? - dello schermo. Pure in principio, coi titoli di testa, c’è del disegno. Riformulo: i titoli di coda scorrono sopra un cartone animato di Juno che se na va a zonzo per la cittadina con un flacone in mano di succo d’arancia (le serve per farsi venire da pisciare sopra tre test di gravidanza). Il cartone animato è disegnato sopra le riprese reali, e dà un effetto molto piacevole, come accade in uno dei capitoli delle Five obstructions di Lars Von Trier (nello specifico quello dove Jørgen Leth, coprotagonista e in qualche modo maestro del regista di Dogville e del recente Antichrist, deve girare un remake de The perfect human con la tecnica del cartone animato, appunto).
Ultima nota. Splendida la fotografia di Eric Steelberg, dai colori accesi e i paesaggi - nonostante siano di una periferia o cittadina di provincia americana o canadese - mozzafiato (molti i prati, molto il verde, ché anche una strada statale lì in mezzo ci suona maledettamente bene, come un fiume). Poi io ho un debole per quelle villette a schiera dei film americani, tutte diverse e tutte variopinte (vedasi il video anche per questo).
Notevole la colonna sonora, in cui compaiono anche due brani di Belle&Sebastian.

trentasette. Franny

6 Luglio 2009 di isakisisos

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[da qui]

   – Avete due dei migliori professori del paese, nel vostro istituto. Manlius e Esposito. Dio santo, vorrei che li avessimo noi. Cristo, almeno sono dei poeti.
   – Non lo sono, – disse Franny. – Ed è anche per questo che è tutto così odioso. Cioè, non sono dei veri poeti. Sono soltanto gente che scrive poesie che vengono pubblicate e messe in tutte le antologie, ma non sono poeti -. Si fermò, impacciata, e posò la sigaretta. [...]
   – Per me a non parlare più ci starei, ne sarei felice. Ma prima devi dirmi che cos’è un vero poeta, se non ti rincresce. Mi farebbe molto piacere, davvero.
   C’era un tenue brillio di sudore sulla fronte di Franny. Forse era solo perché la sala era troppo calda, o perché aveva lo stomaco sottosopra, o perché i Martini erano troppo forti. Comunque fosse, Lane non diede segno di accorgersene.
   – Non so cosa sia un vero poeta. Vorrei che la smettessi, Lane, parlo sul serio. Mi sento molto strana, e non posso…
   – D’accordo, d’accordo, va bene. Cerca di star tranquilla, – disse Lane. – Volevo soltanto…
   – Tutto quello che so è questo, – disse Franny. – Se sei un poeta, fai qualcosa di bello. Cioè, la gente s’aspetta che tu lasci qualcosa di bello quando finisci la pagina e così via. La gente di cui parli tu non lascia nulla, non una cosa sola che sia bella. Quelli che magari sono solo un tantino migliori non fanno altro che entrarti in testa e lasciartici dentro qualcosa. Ma solo perché lo fanno, solo perché sanno lasciare qualcosa, non è detto che debba essere una poesia, per amor del cielo. Può darsi che sia soltanto una specie di gocciolio sintattico terribilmente affascinante… scusa l’espressione. Come Manlius e Esposito e tutti quei poveretti.

J. D. Salinger, Franny e Zooey, Einaudi, Torino 2003, pp. 17-18.