
L’unico modo per uscirne è scrivere. Usare parole come colpi di piccone, e come piccone la lingua. Lavorare, giorno dopo giorno, di piccone e pala. La pala è per pulire il pavimento, per togliere i detriti, le parole sbagliate, le pagine malriuscite. E non è detto che il lavoro più semplice sia colpire. Potrei picchiare contro la parete per una notte intera e pensarlo all’alba un gran lavoro, poi dover pulire e pulire ancora per tutta la settimana successiva. Poi pensare, anzi magari averne la consapevolezza, che la mia camera sia sporca più di un sottoscala senza luce e senza finestre, e non si potrà mai pulire abbastanza. Allora perderei altre settimane, e i mesi successivi solo a pulire, a cercare ogni briciola, a buttare via pagine e pagine di vocabolari. Mi sentirei così prossimo all’afasia che, quasi, comincio a percepirla ora, col futuro arriva, io non mi muovo di un passo, e mi compiaccio quasi a scriverlo, sembra di vederlo piombarmi addosso, sì, io sto qui in questo istante e non faccio un passo in più, è tutto il tempo dei secoli dei secoli che mi si rovescia in testa come un acquazzone. Ma non mi bagna, c’è solo polvere, polvere e briciole, briciole e parole, tutto si mischia, il mio posto con le sue corrispondenze nella mia fantasia. Fantasia e poi ancora realtà, quasi soffoco, sì, lo sento. Uno. Due. Tre, quattro. Sento, arriva un respiro. Cinque, sei. Ricomincio. Sette, otto, nove – è quasi dieci. Dieci. Dal di fuori hanno lavorato più di me, meglio di me, i fabbricanti di discorsi, bei discorsi e frasi su frasi, hanno armato dal di fuori la mia parete, che sembrava così scavata, così scolpita dal piccone, dai colpi di parole, che quasi si vedeva qualcosa, fuori, sembrava quasi trasparente. Ora è buio, tutto più di prima. Con questo buio si lavora meglio, non c’è il rischio di essere visti, né di vedersi. Tolgo le scarpe per sentire neanche il mio rumore. Strusciamenti, prima, poi il sudore dei piedi, poi ancora tutto si placa, si assottiglia. Rallento con gli attrezzi per non guastare il silenzio, che arriva, toglie anche lo sporco di torno. È tutto più nero, perché nero lo era già – ora è un nero senza palpebre. Uno schermo di parole fittissime tutto attorno. Mi gira la testa e io giro con lei, ballo un valzer con i nomi, gli aggettivi preposti, arrivo agli articoli, al primo, poi al punto. Chiudo gli occhi ed è il bianco. Apro gli occhi e fa lo stesso. Smetto di lavorare. Ignoro le parole come dimentico il piccone, la pala, e di stare dove sto. L’unico modo per scriverne è uscire. L’unico modo per uscirne è scrivere.
20 Giugno 2009 alle 05:08
Mi sembra di averlo scritto io, parola per parola.
(C’è una paginetta del Bartoli dalla Geografia trasportata al morale, su Euripide nella caverna, che forse ho; se l’ho la posto).
Fa piacere e inquieta tremendamente sentire una corrispondenza così assoluta ai proprj pensieri nelle parole di un altro.
(Anche se io l’afasia l’ho sperimentata da piccino, già, ho questa strana inversione [*anche* questa, dico] che poteva essere salvifica, se solo più tardi non fossi ridiventato afasico non meno).
20 Giugno 2009 alle 11:28
Sul piacere e l’inquietudine nel trovare corrispondenze precise ai propri pensieri nelle parole altrui “corrispondo” pienamente, è come (ironizzo) solidalizzare mentre si è nella medesima lunghissima fila in posta, il che rinfranca; ed è comune, ma pur sempre una condanna.
Ho trovato qui il Bartoli, che non conoscevo. Mi incuriosisce.
Leopardi ne parla così:
«Io posso dire per esperienza che la lettura del Bartoli, fatta da me dopo bastevole notizia degli scrittori italiani d’ogni sorta e d’ogni stile, fa disperare di conoscer mai pienamente le forze e la infinita varietà delle forme e sembianze che la lingua italiana può assumere. Vi trovate in una lingua nuova, locuzioni e parole e forme delle quali non avevate mai sospettato, benchè le riconosciate ora per bellissime e italianissime: efficacia ed evidenza tale di espressione che alle volte disgrada lo stesso Dante, e vince, non solo la facoltà di qualunque altro scrittore antico o moderno di qualsivoglia lingua, ma la stessa opinione delle possibili forze della favella. E tutta questa novità non è già novità che non s’intenda, chè questo non sarebbe pregio ma vizio sommo, e non farebbe vergogna al lettore ma allo scrittore. Tutto s’intende benissimo e tutto è nuovo e diverso dal consueto: ella è lingua e stile italianissimo, e pure è tutt’altra lingua e stile; e il lettore si maraviglia d’intender bene e perfettamente gustare una lingua che non ha mai sentita, ovvero di parlare una lingua che si esprime in quel modo a lui sconosciuto, e però bene inteso. Tale è l’immensità e la varietà della lingua italiana, facoltà che pochi osservano e pochi sentono fra gli stessi italiani più dotti nella loro lingua; facoltà che gli stranieri difficilmente potranno mai conoscere pienamente, e quindi confessare». (13 luglio 1821)
«Quello che altrove ho detto della lingua del Bartoli dimostra quanto la nostra lingua si presti all’originalità dello stile e degli stili individuali, in tutti i generi e in tutta l’estensione del termine» (30 novembre 1821).
«Il padre Daniello Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua è tutto a risalti e rilievi» (22 marzo 1822).
20 Giugno 2009 alle 11:30
E qui c’è tutto un bel post sul Bartoli.
L’incipit della Geografia l’è proprio bello:
“Vita non truovo, né con più ozio più occupata, né con più stabilità più vagabonda, né con più innocenza più avida e predatrice de’ beni altrui, di quella che una lunga parte dell’anno menavano gli abitatori di Ostilia, raccordata da Plinio, terra antichissima sulle rive del Po. Questi al primo muovere e fiorir della primavera, tratte fuori certe loro ampie barche e piatte, racconciavanle a gran cura, spalmavanle e, con odorosi profumi spentone ogni puzzo, ogni reo fiatore, le fornivano di ciò ch’era mestieri ad un lungo viaggio: il che fatto, sopra esse, cariche di null’altro che per tutto in su l’orlo alle sponde un bell’ordine di alveari, con entro a ciascuno il suo sciame, mettevansi terra terra, a remi lento lento battuti per su il Po contr’acqua: e le api in calca, via da’ lor vuoti melari gittandosi sopra le campagne che all’una e all’altra sponda di quel tutto delizioso re de’ fiumi soggiacciono, uscivano a foraggiare; e quindi al legno, per lo suo poco andare non mai guari lontano, tornavansi cariche delle innocenti lor prede in ottima cera e mele. Dove in prati erbosi, in giardini, in pomieri, in campagne variamente fiorite si avvenivano, il nocchiere dava fondo lungo esse e, tutto in pensier di nulla, stavasi al rezzo di quelle annose querce, di quegli altissimi pioppi che rivestono e ombreggiano le belle rive del Po: e le valenti pecchie per tutto intorno spargevansi a predare, tanto nel lavorio più allegre, quanto più v’era che lavorare. Poi stanche, ivi medesimo in su l’orlo dell’acque imbagnarsi, sbrattarsi, pulirsi com’elle sogliono, animaluccio mondissimo; e nell’imbrunire tutte ricogliersi dentro a’ loro alvei, fino a passato il freddo e l’oscurità della notte. Così, andate le navi delle giornate a lor piacere contr’acqua, prendean la volta indietro e lasciavansi giù per la contraria riva portare passo passo, fino a veder le foci del Po; indi ripigliavano il montar come dianzi: e ciò fino a tanto che dal carico delle cere e del mele, che le mettea più sott’acqua, gli sperimentati nocchieri avvisavano gli alveari ormai esser pieni; e allora, festeggianti, tornavansi alla lor terra ricchi di quella dolce mercatanzia, che il guadagnarla era costato loro non altro che un sollazzevole diportarsi.”
24 Giugno 2009 alle 15:19
Io sono invece convintissimo di averlo pensato. Ed è un piacere vedere qui la capacità di farlo uscire tanto bene. Tutti meno soli nella battaglia contro le pareti, battaglia in cui, se lasciati soli, si rischia di confondere distruttivamente il bianco con il nero.
27 Giugno 2009 alle 15:16
Ciao, i., o a. che dir si voglia: non è nella Geografia, ma nei Simboli; ho escogitato una risposta, malauguratamente lunghissima e graficamente atticciata con compostura tutta di sua foggia, artificiosa anzichenò e – insomma, veditela, n.° 273.
Non mi par vero di essere riuscito a postarla: un KASINO.
28 Giugno 2009 alle 08:34
Ma che lavoro incredibile hai fatto?!
GRAZIE
29 Giugno 2009 alle 15:25
Grazie a te.
15 Luglio 2009 alle 08:47
Bello “fabbricanti di discorsi”.
16 Luglio 2009 alle 16:10
Molto bello e simpatetico il post di habanera.
Mi colpiscono nuovamente queste parole del De Sanctis:
E’ stato in ogni angolo quasi della terra; ha fatto migliaia di descrizioni e narrazioni: non si vede mai che la vista di tante cose nuove gli abbia rinfrescate le impressioni.
Dev’essere pazzo: il Bartoli non era mai stato fuori dall’Italia, gli fu proibito muoversi anche per motivi di salute, e per la sua Storia si basò sui resoconti dei missionarj, come gli era stato richiesto.
E più avanti, sempre nello stesso discorso del D.S., c’è quell’accusa di “cattolicesimo di seconda mano” che non mi spiego, dal momento che i Gesuiti specialmente in quel tempo avevano una formazione indefettibile.
Nota come il Settembrini è più semplice d’espressione, non ha patina pseudoscientifica, ma è perfettamente informato (ha letto i volumi del Bartoli, sa perché sono stati ristampati e perché è considerato un grande autore – ciò che a lui non sembra).
18 Luglio 2009 alle 11:01
Non ho trovato il post di Habanera: chi è?
Grazie delle info, ho finito l’altro giorno con le mie incombenze, in settimana se mi riesce vado alla nazionale (Braidense) a cercarmi qualcosa del Bartoli.
25 Agosto 2009 alle 12:00
Ma è quello che hai linkato tu, isak, questo qui: http://habanera-nonblog.blogspot.com/2008/08/tutto-in-pensier-di-nulla.html
25 Agosto 2009 alle 12:01
In questo commento, il 107, se ho ben letto:
http://isakisisos.wordpress.com/2009/06/19/trentacinque-la-caverna/#comment-107
(Sei un po’ stanchino, di’ la verità ^_^).
25 Agosto 2009 alle 13:07
Hai còlto nel segno, e stanco è un eufemismo. Stanco di che poi? Il livello di stordimento che riesco a raggiungere (vedi il caso Habanera) è incredibile.
25 Agosto 2009 alle 16:43
E’ il caldo, terrificante. Per fortuna qui ha cominciato a piovicchiare un poco, negli ultimi giorni, e qualcosa ha rinfrescato. Ma ci si sente, salvo la frescura, come a muoversi sott’acqua.
16 Settembre 2009 alle 07:42
ricordavo perfettamente d’averlo letto e apprezzato su ennei, io che pure non ho memoria alcuna e d’alcun ché, e ora lo ritrovo per via di altere corrispondenze e di altere concordanze, e mi piace donarvi ciò:
“Quello finalmente che suggella ogni diligenza che intorno a’ componimenti s’adopera, è suggettarli al giudicio, alla censura, alla correzione d’un fedele e intendente amico. Più vede un occhio forestiere nelle cose altrui che non due nelle proprie: perché l’amore de’ suoi parti è una certa necessaria cecità, che tanto più inganna, quanto meno è creduta. Gli occhi degli altri veggono le cose altrui quali sono in loro stesse; i nostri danno il giudicio secondo la disposizione della potenza, non secondo l’essere dell’obietto.”
(daniello bartoli, dell’uomo di lettere difeso ed emendato)
e in una delle “tre brevi avvertenze” “ai lettori” della “crestomazia de’ prosatori” :
“[...] degli scritti di Daniele Bartoli, dei quali si sarebbe potuto trarre un gran numero di passi bellissimi, in tanto io non ho tolto che un luogo solo, in quanto, vedendosi moltiplicare ogni giorno le Raccolte di descrizioni e di narrazioni di quell’autore, ed ogni sorte di spogli delle sue opere, io non ho voluto fare il già fatto.”
or dunque, vedendosi l’oggidiana anzi ché non moltiplicazione divisione, ben venga il “lavoro incredibile” e pretioso d’anfiosso e il tuo altrettale